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Come comportarsi quando si teme di essere indagati, ne parliamo con l’Avv. Francesco Mazza

Essere indagati
Contenuto curato da Massimo Chioni

Il timore di essere coinvolti in un procedimento penale nasce spesso da segnali indiretti: una lite degenerata, una querela annunciata, una convocazione ricevuta senza comprenderne fino in fondo il significato, una vicenda aziendale o familiare che potrebbe aver assunto rilevanza giudiziaria. In questi casi la prima reazione è quasi sempre emotiva, ma il piano corretto è un altro: capire se esistono elementi concreti, distinguere i sospetti dalle informazioni verificabili e muoversi con metodo.

Essere indagati non significa essere colpevoli, né significa necessariamente arrivare a un processo. Significa, più precisamente, che la Procura sta svolgendo accertamenti su una notizia di reato e che il nome di una persona può essere stato iscritto nel registro previsto dal codice di procedura penale. Il punto delicato è che non sempre la persona ne viene a conoscenza subito. Proprio per questo, quando il dubbio è fondato, l’intervento dell’avvocato non serve solo a “difendersi” in senso stretto, ma a leggere correttamente la situazione, evitare iniziative impulsive e utilizzare gli strumenti previsti dall’ordinamento.

Abbiamo parlato di queste tematiche legali con l'Avv. Francesco Mazza, riassumiamo di seguito quanto è emerso dal nostro confronto.

Il primo errore da evitare è confondere il sospetto con la certezza

Quando una persona teme di essere indagata, il rischio principale è trasformare un dubbio in una certezza senza avere riscontri. Una telefonata ricevuta dalle forze dell’ordine, una richiesta informale di chiarimenti, una comunicazione arrivata da un ufficio giudiziario o la notizia di una querela non hanno sempre lo stesso significato. Il procedimento penale ha fasi, tempi e atti diversi, e ogni passaggio deve essere interpretato nel suo contesto.

La paura, da sola, non è una strategia difensiva. Per questo è necessario verificare prima di agire, evitando due reazioni opposte ma ugualmente sbagliate: minimizzare tutto oppure cercare di “sistemare” la questione con telefonate, spiegazioni spontanee o contatti diretti con la persona offesa.

L’Avv. Francesco Mazza richiama un principio di prudenza: “prima di parlare, scrivere o consegnare documenti, bisogna capire quale sia la cornice giuridica della vicenda”, afferma. In altre parole, non ogni situazione conflittuale diventa procedimento penale, ma ogni iniziativa presa senza consapevolezza può complicare la posizione di chi la compie. Essere indagati, inoltre, non coincide con l’essere imputati: l’indagine è una fase di accertamento, nella quale il pubblico ministero raccoglie elementi a favore e contro la persona sottoposta a indagini. È proprio in questa fase che la lucidità conta di più, perché una corretta lettura iniziale può incidere sulla possibilità di chiarire i fatti, documentare la propria posizione e prevenire conseguenze più gravi.

L’avviso di garanzia non è una condanna, ma un atto a tutela della difesa

Nell’immaginario comune l’avviso di garanzia viene spesso percepito come una sorta di marchio negativo. Dal punto di vista tecnico, però, l’informazione di garanzia ha una funzione diversa: informa la persona sottoposta alle indagini quando il pubblico ministero deve compiere un atto al quale il difensore ha diritto di assistere. Questo significa che l’avviso non è una sentenza anticipata e non stabilisce la colpevolezza di nessuno. È piuttosto un presidio di garanzia, perché consente alla persona interessata di nominare un difensore e partecipare, attraverso l’avvocato, agli atti rilevanti.

L’Avv. Francesco Mazza evidenzia un passaggio essenziale: “ricevere un avviso di garanzia non deve generare panico, ma deve attivare immediatamente una verifica professionale del contenuto dell’atto”. Occorre leggere quali norme si assumono violate, quale fatto viene indicato, quali date e luoghi sono riportati, quale atto investigativo è previsto e quali termini devono essere rispettati.

Il problema non è solo “cosa è accaduto”, ma come quel fatto viene descritto dall’autorità procedente. Una stessa vicenda può essere qualificata in modi diversi e richiedere scelte difensive differenti. Per questo il ruolo dell’avvocato non si esaurisce nella presenza formale, ma riguarda la capacità di individuare subito i punti critici della contestazione, valutare la documentazione disponibile e decidere se produrre memorie, chiedere chiarimenti, partecipare agli atti o attendere ulteriori sviluppi.

L’istanza 335: lo strumento per verificare l’iscrizione nel registro delle notizie di reato

Uno degli strumenti più importanti per chi vuole sapere se risulta coinvolto in un procedimento penale è l’istanza prevista dall’articolo 335 del codice di procedura penale. Attraverso questa richiesta è possibile ottenere comunicazione delle iscrizioni presenti nel registro delle notizie di reato, nei limiti in cui siano comunicabili. È un passaggio particolarmente utile quando una persona ha un dubbio concreto e vuole verificare se il proprio nominativo risulti iscritto come persona sottoposta a indagini o, in altri casi, se un procedimento collegato a una querela o denuncia sia stato effettivamente registrato.

L’Avv. Francesco Mazza sottolinea: “sapere in anticipo se esiste un procedimento può consentire di impostare una linea difensiva prima che la situazione maturi in modo irreversibile”. Va però chiarito un punto: l’esito negativo non significa sempre, in assoluto, che non esista alcuna attività investigativa. Alcune iscrizioni possono non essere comunicabili, ad esempio per ragioni legate alla segretezza delle indagini o alla natura del reato. Inoltre, se la fase delle indagini preliminari è già terminata o se il procedimento ha seguito altri sviluppi, la risposta può non restituire l’intero quadro che la persona si aspetta. Per questo l’istanza 335 deve essere letta correttamente, possibilmente con l’assistenza di un legale. Nel lavoro dello Studio Legale Mazza, questo strumento viene presentato proprio come una modalità concreta per verificare se si possa essere indagati e per affrontare l’eventuale procedimento con maggiore ordine, senza confondere il dato formale con la valutazione giuridica complessiva.

Cosa fare se arriva una convocazione o una richiesta di chiarimenti

Una convocazione da parte della polizia giudiziaria o dell’autorità giudiziaria non dovrebbe essere affrontata con leggerezza. Il contenuto dell’atto, la qualifica con cui la persona viene sentita, la possibilità di farsi assistere da un difensore e l’oggetto delle domande sono elementi decisivi. Essere ascoltati come persona informata sui fatti non equivale necessariamente a essere indagati; allo stesso tempo, una vicenda può evolvere e rendere necessarie garanzie difensive più ampie.

L’Avv. Francesco Mazza osserva: “una persona dovrebbe evitare dichiarazioni frettolose, soprattutto quando non conosce con precisione il perimetro della vicenda”. Prima di presentarsi, è opportuno far leggere l’atto a un avvocato, verificare se sia indicata la facoltà di nominare un difensore, comprendere se si tratti di un atto garantito e valutare quali documenti portare con sé. In alcuni casi, una dichiarazione spontanea può aiutare; in altri, può esporre a fraintendimenti o a contestazioni ulteriori.

Ogni atto ha una sua funzione e produce conseguenze diverse. Per questo la consulenza preventiva non è un dettaglio formale: è il modo per evitare che un cittadino entri in una stanza senza sapere quale ruolo gli viene attribuito, quali diritti può esercitare e quali parole possono diventare rilevanti nel fascicolo.